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matteo testino

INDIA

il contatto con la parte più profonda di sé stesso attraverso lo yoga e la meditazione... riscoprirsi per poi aprirsi agli altri senza nessuna barriera...

credere di dare tanto quando in realtà si riceve molto di più di quello che si dà

lavorare per un obiettivo comune dove la forza del gruppo è molto più importante di ogni singola individualità

comunicare attraverso gli occhi, lo sguardo ed un semplice sorriso

donare sé stessi con le proprie emozioni, con i propri desideri e con i propri pensieri senza timore di essere giudicati, di sentirsi inadeguati

scoprire una logica ed una concezione del tempo differente dalla propria ed imparare che esistono tanti altri modi di pensare

riscoprire un contatto diverso con la natura

svegliarsi col sorriso sulle labbra e felici per tutto quello in cui si viene coinvolti




Olga india




NICARAGUA




sono nel salone dell'associazione, è giovedì, dia social, jamina, una delle responsabili, che si occupa sia di aspetti organizzativi che formativi con i ragazzi, organizza un attività. Disegna su un cartellone la sua vida linea, ossia riporta cose importanti della sua vita, dalla nascita, l'infanzia, l'adolescenza e la vita adulta. Parla della sua famiglia, della scuola, del lavoro che ha dovuto iniziare presto, di avvenimenti felici, ma anche molto tristi, morti, separazioni, malattie. E' una persona molto profonda, capace di arrivare direttamente al cuore delle persone. E' umile, maestra delle relazioni con i ragazzi, dolce, efficace. Mi commuovo ascoltando la sua vita. Incita i ragazzi e noi volontarie (che lavoriamo in gruppo con i ragazzi) a fare lo stesso con le nostre vite. Ognuno, col suo cartellone, si è messo in disparte e ha iniziato a disegnare. Poi chi se la sentiva poteva raccontare agli altri ciò che aveva disegnato. Alcuni hanno deciso di raccontarsi, nonostante l'estrema fatica. E' duro riportare alla memoria episodi traumatici, è veramente doloroso, ma è fondamentale. Tante persone vivono in condizioni disagiate, in famiglie numerose e non hanno la possibilità di trovare uno spazio e un tempo per loro, dove essere accolti e compresi, dove poter raccontarsi. E' fondamentale riuscire a tirare fuori i propri dolori, a parlare, è un modo per iniziare ad elaborare certe cose. Più ci rimangono dentro, più ci distruggono. E' stato un momento importante, profondo, di forte condivisione ed emozione. Ho riflettuto e rivisto la mia vita, ho sofferto e gioito. Ho conosciuto piccole parti delle vite degli altri. Mi sono avvicinata alle loro esperienze, ai loro modi di vivere... quante morti, separazioni, quanto dolore in questi ragazzi. Ma sono qui per cercare di trovare delle possibilità, per crescere, per riscattarsi... hanno uno spazio loro, a loro misura, dove sono accolti e dove possono sentirsi amati.




Simona diriamba Nicaragua (estate 2009)




TANZANIA




Sono qui seduta su una sedia di plastica rossa fuori dalla porta della nostra “casa”, sulla stradina che ormai è diventata il nostro cortile, la nostra “zona comune”. Mi piace stare qui fuori perché vedo la gente passare (e guardarmi con faccia stupita), vedo i bimbi giocare, vedo le macchine (poche) fare manovre stranissime per parcheggiare in spazi ampi e molto grandi.

Questo posto è ormai diventata casa nostra. Abbiamo ormai sostituito il corridoio con la strada e la strada è come se fosse nostra. Mi mancherà starmene qui seduta, con Sliym e Ali a chiacchierare, a farci i dispetti, a ridere, a giocare a “tomatito tomadito” con Laya, a ballare e cantare con Nuru e Ester, a prendere in giro il “poverino” Min, a giocare coi “nostri” bimbi che ci vengono a cercare ogni giorno, ad ascoltare la musica con le cuffie e il lettore mp3, un auricolare per uno con qualcuno dei miei nuovi amici.

Mi mancherà tutto di qui... oltre alle persone che ho conosciuto anche tutti i volti della gente per strada, che al nostro passaggio ci gridavano sempre “musungu”... e gli odori forti e i profumi. Non dimenticherò mai l'odore di patatine fritte che si sentiva dappertutto, a tutte le ore del giorno e della notte. E i sapori... l'ugalii, che mi ha tanto stufato dopo 15 giorni ma che alla fine ogni giorno un pezzetto lo mangiavo. Il caffè, se così si può chiamare, senza un sapore così particolare e buono che la colazione era sempre un piacere. Le casudua chips, che buone.

E cosa dire poi dei bimbi della scuola?? Non scorderò mai i loro sorrisi, i loro gridi, i loro volti. Tutti molto simili tra loro ma ognuno con qualcosa di speciale.

La gioia che ci dimostravano è la cosa che mi ha più fatto felice alla fine di questi 15 giorni. Vedere la felicità sui loro volti appena arrivavano a scuola, i mille saluti e battiti di “5” a fine giochi, il loro dirci “thank you” e “see you tomorrow” ogni sera... ha fatto si che oggi l'ultimo giorno, il mio cuore è pieno, colmo... straripante di gioia ma anche di un po' di tristezza. Sono triste di salutarli e non poter promettere loro che prima o poi sarei tornata. Triste perché consapevole che da domani nessuno li farà più giocare, che nessuno occuperà i loro pomeriggi, che nessuno li coccolerà e regalerà loro sorrisi.

Ma è così che va... e io me ne torno in Italia con un pezzo di ciascuno di loro nel cuore.

Ashante Tanzania




Alessandra Tanzania




PALESTINA




Ho deciso di buttarmi, di lasciarmi andare nel trovare un'idea per un murales. Dovrà rappresentare qualcosa per me, per tutti quei bambini che lo vedranno ogni giorno, anche quando io andrò via. Lì nel loro parco giochi (che anche se lo abbiamo ripulito da monnezza e rifiuti, so che già sarà nuovamente pieno di vetri e latta). Qualcosa di colorato ed energetico. Elaboro, propongo... si aggiungono idee, il pensiero prende forma, almeno nella mia mente. L'idea di libertà, per me che sono nata e cresciuta in un'isola, è il mare e il vento. Il mare rappresenta l'oltre, il vento e il sole l'energia. Una barca completerà il quadro, vele spiegate per una Palestina (nelle vele la bandiera) che naviga verso la sua libertà. I bimbi intorno vogliono aiutarmi, sono tanti e quei pochi che riescono ad impossessarsi di qualche pennello abbandonato... si lanciano sul muro, incuranti del fatto che una pennellata rossa a caso sul mare azzurro non sarebbe proprio l'ideale. Ma anche questo fa parte del murales... cercare alla fine di riarmonizzare le loro sfumature estrose ed imprecise nel disegno totale. Dopo due giorni il disegno prende forma e colore rendendo in qualche modo più vivo il grigio di un muro qualunque nel campo profughi. Soddisfazione... per il risultato ottenuto nonostante non fossimo artisti, per la sinergia creata con altri volontari, ma soprattutto perché almeno ora, che io non sono più là... quei colori rimangono, quel murales vede i bimbi del campo ogni giorno e i bimbi vedranno la loro bandiera che viaggia verso l'orizzonte sotto la luce del sole.

Quando adesso chiudo gli occhi mi vedo lì... e spero che un giorno possa esserci quel vento che inizi a spingere verso la libertà quel meraviglioso popolo e la sua terra... yalla!




Silvia Palestina (Nablus)





VIETNAM




Caldo umido che mi avvolge, mi stringe, mi soffoca con dolcezza, mi coccola. Ogni tanto lo tradiamo e andiamo nel gelo del supermarket, lo coloriamo giocando a palla o a nascondino. Sotto gli sguardi dei commessi che con mia sorpresa si ignorano... mi chiedo chissà che penseranno di questi stranieri... la coreana mi trova subito il gioco è finito.

Ogni giorno camminando lungo la strada che non finisce mai, i vietnamiti ci fissano dritto negli occhi, a lungo con occhi smarriti, chissà cosa pensano, mi sento un po' marziano.

Arriviamo sudati al centro, ci rifugiamo sotto l'albero... entriamo in classe, le alunne sono serie, timide, un po' ci ignorano, c'è un po' di disagio... scopriamo che hanno una buona conoscenza dell'inglese, la lezione preparata con fatica e incomprensioni più mentali che linguistiche tra i 5 insegnanti, inglesi, coreani, tedeschi, vietnamiti, italiani, salta, si incomincia a improvvisare, si canta, escono fuori i primi sorrisi, i primi maliziosi sguardi, i ragazzini in prima fila mi tirano i peli delle braccia, per loro sono una novità, incominciano a strami un po' sulle balle... li guardo male e inizio a ricambiare le molestie torturandoli dolcemente con risate beffarde.

La ragazza più spigliata mi invita nel pomeriggio a giocare a birmington, prima vado nell'altra classe, gli insegnanti russi, svedesi, tedeschi sono più organizzati di noi, io un po' invidioso comincio a fare casino... ci lanciamo bigliettini da una parte all'altra della classe, gli insegnanti organizzati non ci beccano nonostante i ripetuti lanci, fissiamo l'ora tra una classe e l'altra, a birmington sono una pippa...

Un alunna non può venire ci lascia un bigliettino lungo di tenere scuse... incominciano nei giorni seguenti le letterine di ringraziamenti, addobbate con cura, disegni, fiori veri, piccoli strumenti musical anche da parte degli studenti che mai hanno osato guardarti negli occhi... è stata la soddisfazione più grande e il ricordo più bello.




Alessandro Vietnam




PALESTINA




Il ricordo più intimo che ho del mio campo coincide con la prima immagine di Palestina che mi sono trovato davanti agli occhi quando, sceso da un pullman che ci portava dal campo al checkpoint di Orlando, mi sono guardato intorno cercando di capire dove mi trovassi. Voglioso finalmente di capire se tutto quello che mi ero precocemente immaginato corrispondesse alla realtà: palazzi scardinati, demoliti, trame di un atto precedente, una terra grigia e deserta, sullo sfondo nubi rosse faceva sembrare tutto un paesaggio postbellico o richiamava l'idea di un paese ancora sotto assedio.

Quel paesaggio è stato in seguito il mio punto di riferimento per concentrarmi, la sera mentre tornavo “a casa”, su ciò che aveva significato vivere quelle giornata in Palestina. La cosa che sulle anche più mi manca è stare sulla strada dissestata che segnava il confine di quel chilometro quadrato chiamato campo di Askaar, guardando le macerie, i cumuli di rifiuti, le baracche e in fondo quelle tre colline. Guardare lontano, guardare l'orizzonte non è mai stato per me più piacevole ed intenso... forse per me mi rendevo conto che guardare lontano era come pensare lontano, lontano dal muro, lontano dalle macerie, dai checkpoint, dalle fotografie dei martiri.

La prima volta che mi sono reso conto di chi fossero i martiri palestinesi è stato quando, guardando il manifesto di uno di loro, ho cercato di immedesimarmi in lui: quel ragazzo avrà avuto più o meno 18 anni quando ha deciso di imbarcarsi in una missione suicida. Scegliendo prima la foto che sarebbe stata affissa nei campi di rifugiati, dopo la sua morte. In un film che guardammo presso un associazione di Jenin, mi ricordo che il regista intervistò la madre di uno di quei martiri: disse che il figlio non le aveva detto niente circa le sua intenzioni, ma che col senno di poi si ricordava di alcuni particolari della mattina, le chiese di rimanere nella stanza da letto con lui a fare collazione, le chiese due baci piuttosto che uno...

Dopo aver visto quel film non sono più rimasto a guardare un manifesto di un martire senza realizzare come quella foto corrispondesse a una persona vera, con una famiglia, dei legami, delle emozioni... non sono mai più rimasto a chiedermi cosa potesse spingere quei ragazzi a rinunciare a ciò che di più cara si ha all'età di 18 anni: la vita.

Ma forse la vita in Palestina ha un prezzo diverso, visto che alcuni sembrano giocare con le vite dei palestinesi, arrestandoli per mesi senza apparente motiva ad esempio. Questo è un altro punto del campo che mi ha lasciato il segno. Molte famiglie del campo potevano contare qualche membro arrestato o tutt'ora in prigione, spesso senza alcun motivo apparente. Qualche volta quei membri della famiglia che venivano arrestati non riuscivano a tornare mai più, qualche volta non gli israeliani neanche gli permettevano che ricevessero visite dai parenti.




Federico campo di askaar nuovo, nablus (Palestina)




BRASILE




IL RICORDO DI UN SORRISO

Bambini, sorrisi, curiosità

Questo è stato il primo impatto che ha mosso il mio cuore, il resto è venuto da sé.

Spontaneo, naturale, aggregante di tutti questi sorrisi, uno si è perso alla nostra partenza dal campo.

La chiamano saudade, nostalgia

La parola nostalgia l'associo alla melanconia: desiderare qualcosa, qualcosa che ormai si è perso, qualcosa di importante, che ti ha cambiato il modo di vedere il mondo. A questo si unisce la tristezza perché si è quasi sicuri che non tornerà più indietro. Il “quasi” è sostenuto da una flebile speranza

Quel sorriso lo vedo ormai spento. Conoscere la possibilità di cogliere maggior affetto e poi vedersela d'un colpo sparire. Per un bambino è simbolo di cambiamento. Positivo, se consapevole di quanto sia successo tutt'attorno; Negativo, se la coscienza è ancora immacolata.

Quanto l'aiuto esterno all'ambiente per un periodo breve, come può essere un campo SCI, possa essere significativo nel cambiamento, nella trasformazione di un bambino in adulto non riesco a immaginarlo perché è talmente personale che ognuno di noi reagisce a suo modo.

Io ora vedo un bambino piangere quasi non mi ricordo quando avesse sorriso in quei momenti non comprendevo quanto importanti fossero i suoi.

Quasi si confondevano con gli altri, non volevo fare distinzioni. Poi il suo pianto ha reso i suoi sorrisi più forti, ma lontani.

Cosa rimane da fare?

Tenere stretto al cuore il ricordo di quel sorriso e comprendere che solo consapevolmente potrà sorridere da adulto, quello in cui si sta trasformando il sorriso del bambino vivrà solo nel ricordo

Diego (Brasile)




GHANA




Sono nella stanza dove si tenevano le lezioni, col suo pavimento liscio e le finestre che guardano la foresta. C'è la lavagna con le scritte lasciate dai nostri insegnanti, i ritmi che abbiamo impartao nel linguaggio djembè, le parole delle canzoni in ga, i gessi avanzati sul tavolo.

In questa stanza si entra scalzi, si balla scalzi e si suona scalzi. In questa stanza il mio corpo ha ripreso a danzare, in questa stanza sono passate le energia di tutti noi, quella nera che donava, insegnava, trasmetteva e quella bianca che si è posta come un contenitore vuoto, come una forma d'argilla disponibile a farsi plasmare.

Qui c'era il corpo innanzitutto, e il respiro. Tutto l'essenziale.

E il gioco e infine l'armonia possibile.

Differenti strada per arrivare infine allo stesso linguaggio, che non ha più bisogno di spiegazioni.

Raramente sono stata così bene. Raramente mi sono sentita cosi piena di energie. Non so se ero io, se era il suolo d'Africa (l'ho pensato tante volte), se erano i tempi a cui mi ero abituata.

So bene che si tratta di un passaggio, ma sarà difficile lasciare veramente questo posto. Avere le foto, le immagini è quasi irreale. E' difficile avere le immagini concrete di un sogno, o di quanto è stato percepito come tale.




Nora kardiabe

GHANA




VIETNAM




I bambini della pagoda – specialmente alcuni – avevano molte ferite e pizzicate infette nelle gambe. Ogni giorno li medicavamo. Un giorno alcuni dei miei compagni di lavoro decisero di parlare di questo problema al capo della pagoda e di consigliargli di far venire un infermiera ogni settimana per curare i bambini. In seguito discutemmo molto sul fatto se fosse giusto – o meno – permetterci di dare questo tipo di consigli. E – soprattutto – se il consiglio in sé fosse giusto.

Avevamo notato che solo i bambini arrivati da poco in pagoda avevano molte infezioni nelle gambe. Probabilmente – dopo un po' di tempo – imparavano da soli come proteggersi.

Noi saremmo rimasti solo due settimane. Dopo di noi non ci sarebbe stato nessun altro campo. Probabilmente per mesi.

Non potevamo avere la pretesa di cambiare le cose in due settimane. E poi – in fondo – perché si dovevano cambiare le cose?

Non siamo andati in vietnam per portare il nostro modo di fare le cose. Ma per vedere che ci sono altri modi di fare le cose che non sono sbagliati rispetto ai nostri. Sono solo diversi. E l'incontro delle nostre diversità – volontari europei, volontari vietnamiti e bambini della pagoda – è stata la cosa che mi ha arricchito di più.




Francesca VIETNAM




TANZANIA




La domenica ci siamo alzati presto e come al solito le bambine dei nostri vicini erano venute per giocare con me... Urlavano “Elena” e si arrampicano alle finestre per cercarmi, io uscivo prima di finire la collazione di solito ma quella volta le ho dovute lasciare ad aspettare. Dovevo preparare la borsa per fare il mio primo safari acquatico... andavo su una laguna, andavo verso il mare, l'oceano, il suo odore, le sue energie.

Quando arrivò il pulmino per accoglierci presi la mano della mia compagna di stanza tanzanese Deborah, che avevo praticamente adottato e siamo andate insieme nella camera di “meme” (la donna che “si prendeva cura di noi”) e l'abbiamo aiutata a sistemare le coperte e i teli di cui riteneva avessimo bisogno.

Il viaggio fino alla spiaggia mi sembrò breve ma in effetti il tratto di strada era considerevole. Arrivati alla spiaggia dovevamo prendere una piroga che ci avrebbe condotto su un isoletta bianca e verde.

Quando da lontano abbiamo visto degli uomini che toglievano l'acqua dalla nostra piroga ci siamo preoccupate ma siamo riuscite a scherzare tra di noi e salire anche con un sorriso.

Il mare non era particolarmente agitato eppure quando siamo arrivati eravamo completamente bagnati. Il sole caldissimo ci ha asciugati velocemente e già mentre facevamo un primo giro sentivo che la mia pelle stava bruciando.

Il pranzo fu un banchetto che neanche nei migliori ristoranti potevi sognare.

Il pesce appena pescato alla brace, la verdura fresca... la frutta più buona che abbia mai assaggiato.

Dopo mangiato siamo andati ad esplorare l'interno dell'isola... camminavamo su una stradina fatta di fossili, camminavamo a stenti, attenti, ci sembrava di poter rompere quella via... immersi nella laguna ascoltavamo le spiegazioni di un ragazzo locale che ci descriveva non solo cosa vedevamo ma anche la funzionalità e armonia che vigeva in quella natura incontaminata.

Ai piedi dell'albero più grande che la mia fantasia poteva creare, questo stesso ragazzo ci ha invogliate a salirci su e ci ha mostrato il modo.

Ad un certo punto eravamo in 8 sul BAOBAB e ridevamo come se fossimo tutti tornati bambini.

Il caldo che ci ha accolti fuori dalla laguna, sulla spiaggia ci ha presi alla sorpresa e tutti hanno incominciato a dire di voler fare il bagno.

Cosi abbiamo recuperato tutte le nostre cose e siamo risaliti in barca e abbiamo raggiunto una striscia bianca di sabbia sola in mezzo al mare.

Abbiamo lasciato i nostri vestiti sulla barca e ci siamo buttati... il mare era verde e caldo, troppo caldo per essere vero.

Giocavamo a correre da una parte all'altra della striscia per tuffarci nuovamente.

Ci scambiavamo sorrisi di intesa perché avevamo già capito che le parole erano superflue quando sei in paradiso.

La corrente era forte e i ragazzi locali continuavano a ripeterci di non allontanarci troppo e di non perdere i salvagenti della piroga.

Non mi ero mai sentita cosi felice come in quel momento... la spontaneità era l'unica regola e la natura ci aveva accolti come una madre amorevole.

Milano, il lavoro, il mio senso del dovere, me stessa erano lontanissimi, talmente lontani che non mi sembrava esistessero più.

Ad un certo punto abbiamo sentito chiedere aiuto... era Abimi, un ragazzo di 29 anni che aveva lavorato per tutta la settimana precedente con noi nella costruzione di una scuola.

Si era allontanato con Heri e con Savue ma questi avevano il salvagente... e lui non riusciva a raggiungerli perché aveva la corrente contro.

Ci siamo guardati spaventati ma Herick ci tranquillizzò con un sorriso e incominciò a dire ai ragazzi sulla piroga di andare a prenderlo.

Mentre osservavamo le manovre dell'imbarcazione, non sentimmo più la voce di Abimi.

Ci girammo tutti verso di lui, cercando di capire se aveva raggiunto gli altri... ma non riuscivamo a vederli e quando Heri urlò il suo nome capimmo che stava affogando.

La natura ci aveva tradito... o forse voleva solo dimostrarci di essere superiore, più forte, intocabile.

Se chiudo gli occhi spesso vedo il sorriso di Abimi che non ho saputo salvare, che nessuno di noi ha potuto salvare.

Il mare si agitò notevolmente e le ricerche furono vane.

Il viaggio di ritorno fu terribile, la barca si riempì d'acqua e il motore ci abbandonò poco prima dell'arrivo... ma ormai nella poteva peggiorare ulteriormente la nostra esperienza... io non riusci a parlare fino al giorno dopo.




Elena Tanzania




MAROCCO




C'è un posto del campo a me molto caro: la seconda stanza a sinistra lungo il corridoio. Era una delle stanza dei ragazzi, i primi che ho conosciuto arrivando al campo, quelli a cui sono tuttora più affezionata, quelli per cui prenderei di nuovo un aereo verso il Marocco.
Era una stanza grande con diversi letti a castello e molte coperte stesse per terra.
Ancora non ho capito perché molti marocchini preferissero dormire per terra piuttosto che su un letto anche piuttosto signorile per essere un letto da campo di lavoro!
I primi due giorni sono passata davanti quella stanza molte volte pensando se fosse giusto o meno entrare. Non conoscevo i ruoli uomo-donna nella cultura marocchina quindi rimanevo sulla soglia. La curiosità però continuava a crescere! Loro non mi chiedevano di entrare ed io aspettavo di aver un maggior grado di confidenza per tuffarmi a bomba in quello spazio.
Finalmente la seconda sera passando, di nuovo, davanti alla stanza vedo sdraiata sul letto Fatima-Zahra (per la gente del campo Petit-Flor... una mezza traduzione in francese del suo nome). Mi sono fatta coraggio e sono entrata.
Forse in quel momento è iniziato veramente, a livello umano, il mio campo.
Diciamo che quel passo oltre la soglia è stato come “un entrata in società”.
Sono stata accolta dai volontari marocchini a tutti gli effetti.
Quella stanza in poco tempo è diventata il punto di riferimento del campo. Ci si passava la maggior parte del tempo libero, ci si raccontava, ci si scambiava foto, pensieri, canzoni, balli, ci si faceva, accalcati pur di stare tutti insieme, anche i riposini pomeridiani quando il sole caldo di Marrakeck ci dava cosi tanto alla testa da toglierci anche le forze per parlare.
In quella stanza ci siamo raccontati un sacco di segreti e soprattutto abbiamo riso tanto.
Ci siamo anche dati dei sopranomi
Mohamed il paraculo
Seddek detto João
Mohamed musik man
Raffaella detta Rkia
Fatima-Zahira detta Petit Flor o Fati Flor
Ibrahim the body
Jeunesse detto shrek
Youseff le docteur de la route

Sopranomi che continuiamo ad utilizzare anche oggi quando, impegni personali e fusi orari permettendo, ci sentiamo per telefono o via msn.
Solo una volta ho detto una “bugia” in quella stanza.
E' stato in uno dei giorni in cui, non si sa bene né come né perché, cosi… dal nulla si comincia a cantare e suonare... e ballare... e suonare.
Naturalmente si iniziava con una sorta di filastrocca con cui chi cantava prendeva in giro i presenti. Zakaria, il camp leader, doveva essere molto bravo nel farlo, perché loro ridevano da matti. Io ridevo dietro a loro, ma non capivo poi molto.
Quel giorno ad un certo punto furono tirate fuori anche le canzoni cantate durante il lavoro nei campi, di cui si sa io sono un esperta!
Quel giorno è arrivato anche il mio turno di cantare e lì, con la scusa che tanto non avrebbero comunque capito nulla, ho inventato. O meglio, ho fatto un collage di canzoni. Da “come porti i capelli bella bionda” a “la campagnola bella” e non ricordo nemmeno più cosa! C'è anche un video in giro ma spero non lo veda mai nessuno!
Devo aver cantato come se nulla fosse, come se non stessi inventando, perché loro alla fine erano molto felici!
Insomma la maggior parte dei miei ricordi e delle mie immagini sono legate a quella stanza.
Anche l'ultimo saluto, le lacrime e gli abbracci.
Volontariat avec CJM
Raffaella MAROCCO




PALESTINA




ARRIVO ALLA FATTORIA: CHE PARUA! TUTTI INTENTI A MANGIARE, NESSUNO CI HA SALUTATO, LA MIA COMPAGNA ITALIANA IN SILENZIO, TUTTI PARLAVANO INGLESE E IO NON CAPIVO NIENTE. MI SENTIVO FUORI POSTO. IO ABITUATA AD ESSERE UNA CHIACCHERONA ROMPISCATOLE NON RIUSCIVO A PARLARE CON NESSUNO.

IL 2° GIORNO: GITA A BETLEMME. GIA' SULLA STRADA DEL RITORNO SEMBRAVA DI STARE IN FAMIGLIA. QUELLA SERA ALLA FATTORIA MI SON SENTITA A CASA, COME SE FOSSE IL LUOGO DOVE TORNAVO DOPO UNA VACANZA

LAVORARE INSIEME SOTTO IL SOLE, PARLARE TUTTI UN'UNICA LINGUA CI HA UNITO MOLTO. VIVERE CON UNA FAMIGLIA PALESTINESE, NELLA LORO CASA, MANGIANDO INSIEME ALLA LORO TAVOLA CI HA FATTO SENTIRE PARTE DELLA FAMIGLIA, NON OSPITI. ANCHE IL MIO INGLESE E' MIGLIORATO!

SENTIRSI LIBERA COME MAI NELLA MIA VITA MENTRE DONDOLAVO SU UN'ALTALENA DAVANTI ALLE COLLINE, CIRCONDATA DAGLI INSEDIAMENTI

AEREI, ELICOTTERI, RAZZI LUMINOSI DI NOTTE, CAMIONETTE DI SOLDATI: ERAVAMO PROBABILMENTE CONTROLLATI EPPURE NON HO MAI AVUTO PAURA

ARRIVARE ALLA SERA, STANCA MORTA, BRUCIACCHIATA DAL SOLE E PIENA DI TERRA E RIDERE A SQUARCIAGOLA, CANTARE CON “I MIEI” AMICI NELLA TENDA VERDE PERCHE' TANTO NON C'ERA L'ACQUA E POTEVAMO COSI' RIEMPIRE IL TEMPO

SEDERCI INTORNO AL TAVOLONE A RACCONTARE LE NOSTRE STORIE, A PARLARE “ITALIANENGLISH”

ACCENDERE IL FUOCO E SEDERCI SUL MURETTO TUTTO ATTORNO E SCOPRIRE CHE ANCHE IN SVIZZERA GIOCANO A “MAFIA” IN INGLESE! (HO FATTO PURE LA FUOCHISTA)

SERENITA' E AFFETTO

UN SACCO DI RISATE

AMICIZIE VERE ANCHE SE SAPEVAMO CHE SAREBBERO FINITE ALLA FINE DEL CAMPO

RACCONTI DI VITA, LACRIME E RABBIA

ACCORGERSI DAI PICCOLI GESTI QUANTO DAVVERO LE PERSONE TI APPREZZINO E RICAMBIARE

PIANGERE E VEDERE GLI ALTRI PIANGERE QUANDO QUALCUNO PARTIVA (ANCHE QUANDO SONO PARTITA IO)




Deborah PALESTINA




BRASILE

-

Guilherme ha 9 anni, ma sembra più piccolo, mi corre incontro e mi porge un foglio, piegato in quattro con dentro altri fogli più piccoli.




Apro il foglio, il suo viso si illumina io mi sento emozionata, so che è un disegno per me, più d’uno: non è il primo. Il primo me lo aveva mandato tramite irma Rita (la suora della pastorale), in quello aveva disegnato una casa con un prato e me e un grande 'Maya te amo'.




Ora vedo che siamo in due nel disegno, c’è anche Diego: ci ha disegnato entrambi, con vestiti eleganti. Un secondo disegno più piccolo, è una vettura molto costosa, simile ad una limousine con al centro un grande pacchetto regalo, disegnato sul sedile.




Il terzo disegno, più piccolo e toccante è ritagliato seguendo accuratamente i contorni della piccola mano, di cui ha disegnato le dita e le minuscole unghie tonde con delle stelle a decorare ognuna di esse.




Mi spiega che i disegni sono anche per Diego, il suo sorriso è raggiante, i denti piccoli e lontani tra loro accentuano l’espressione sorridente, gli occhi brillano e il mio cuore si riempie di gioia per quei piccoli doni e per quei dolcissimi occhi.




-

“Cia! Cio!”

I bambini ci vengono incontro, sorriso da un orecchio all’altro, braccia spalancate, dall’altra parte della strada. Le famiglie e gli adulti inizialmente sembrano titubanti, non sanno bene come fronteggiarci. Poi vedono le nostre braccia che si aprono, i sorrisi che si contagiano e le gioia reciproca, e il loro cuore si scioglie lasciando un sorriso e un saluto. BOM DIA!!




-

Pomeriggio, momento di riposo.. stravolti siamo ammassati sui divani della pastorale, aspettiamo un po’ con timore l’arrivo dell’orda di bimbi che ci reclamerà per “brincare” (scherzare/giocare) con loro.

Il vociare nasce piano piano, un paio di minuti e qualcuno di noi è chiamato a rapporto: Magno ti cerca, Massimo e ...Maya, Deborah chiede di te… è ora di riprendere.. E la giornata continua, e la dolcezza si rinnova.




Maya BRASILE




MESSICO




La cosa che mi ha colpito di più è probabilmente il modo di accogliere che hanno i messicani.

Detto così può sembrare un po’ banale. In realtà quello che ho notato è che il loro modo di dimostrare apertura è graduale, passa dalla diffidenza, alla curiosità, alla fiducia, al darsi a te con tutto loro stessi.

Mi viene in mente un momento, un tardo pomeriggio, ho deciso di andare a trovare il “nonno” della mia famiglia che abitava nella casa accanto. Era uno degli ultimi giorni di campo, fuori pioveva forte, come di norma nei pomeriggi estivi messicani.

Il nonno Rosalìo, aveva preparato qualcosa per me, da regalarmi. Essendo un pittore mi aveva disegnato una riproduzione del volto di Zapata, eroe suo, di suo figlio, ma prima ancora di suo padre, che combatté nella rivoluzione.

Ci siamo messi a discorrere, della politica, dell’Italia, del Messico. Ma poco a poco siamo passati a parlare del mondo, della vita in senso più profondo, delle mie prospettive future e dei miei desideri di un mondo migliore e più giusto, del mio impegno sociale a fianco dei più poveri. E lui ascoltava, commentava condivideva. Forse è stato più importante ciò che non ci siamo detti. Sta di fatto che la nostra conversazione finì con occhi lucidi da entrambe le parti e da parte sua una frase che suonava come, avrei voluto conoscerti prima, sei una bella persona, credo che ci mancherai…

E’ stato bello e strano nel contempo. Strano perché le nostre abitudini occidentali ci dicono che i “vecchi”, individui non più produttivi, possono essere lasciati da parte, non servono più a niente nella società.

Non so se qui in Italia avrei avuto questa occasione, so solo che lì mi è sembrato normale, logico, piacevole, giusto.




BIANCA - MESSICO




SENEGAL




Le partenze sono sempre state qualcosa di difficile per me. Era un anno che aspettavo questo giorno ma poi, quando è davvero arrivato, è stato un po’ triste salutare amici, mamma, papà…

Ma ero comunque contenta. Anzi, ero super contenta, perché eravamo in due e perché tanto desideravamo vivere questa esperienza. Milano - Lisbona, Lisbona - Dakar.

A Lisbona abbiamo ingannato il tempo cercando un posto dove poter mangiare il baccalà. Ci siamo rilassati un po’ nel parco, leggendo ancora una volta la scheda dell’associazione. “Produits Lacientique”, ma cosa vorrà mai dire. Bah, glielo chiederemo quando arriveremo.

Vedrai che sull’aereo ci saranno un sacco di senegalesi. Se saremo seduti vicino a un/una senegalese, di sicuro attaccherà bottone e cominceremo a chiacchierare un po’ d’Africa. No, previsioni assolutamente sbagliate: eravamo seduti accanto a un senegalese, ma era più che altro una mummia: tappi nelle orecchie, coperto completamente (testa compresa) da una coperta. E quelli? Chissà se faranno il campo con noi. No, speriamo di No. Ma per il resto del gruppo: due coppie in un gruppo sarebbero troppe. Si, ma comunque noi dobbiamo stare attenti a non stare troppo appiccicati. Eh! Si, ne saremo capaci.

Ci sono un sacco di bambini, ma sono molti meno di quelli che troveremo sull’isola! Che bello, ora sono in viaggio non vedo l’ora di arrivare. Per fortuna che ho dormito, il tempo è passato più in fretta. Aeroporto di Dakar, Lèopold Sedar Seneghor, con qualche lettera mancante. Ma perché dobbiamo sempre compilare sto modulo? Io non so l’indirizzo della famiglia. Djiruda? C’est où? C’est me ile dans la région du Sine et Salorm. Deve essere proprio piccola se non la conoscono neanche i poliziotti dell’aeroporto. Per fortuna che sono arrivati i bagagli. Che casino, c’è un sacco di gente!

Eccolo, guarda: ci sono i nostri nomi. Salut, ca va? Et le volge? Bien passè? Vous étes italigné? Siamo arrivati: Africa! Saliamo sulla jeep della Fénagie. Ci porta all’associazione. Siamo arrivati davvero. La poca luce ci permette comunque di vedere il niente che c’è in questa zona. Ma poi arriviamo nella città, le case, le strade.

Ma in giro non c’è nessuno, è notte fonda. Ecco, questa è l’associazione. Oddio che puzza di pesce! Del resto siamo sopra un magazzino di pesce secco. Questa è la nostra stanza, io dormo con voi. Fate come foste a casa vostra. Avete portato la zanzariera? Si si, tutto a posto. Allora posso spegnere? Oui, bonne nuit. Ore 5:00: “Allah…, Allah…, Ah già, il muezzin” Abbiamo scoperto di avere due moschee vicino a noi, che però non si sincronizzano con le preghiere!

Gli altri arrivano stasera. Un italiano (Marco, si, lo conosciamo), una francese che parla l’italiano e una francese. Ah, siamo in pochi. Abbiamo tutto il giorno per noi. Non potete uscire, è pericoloso. Ok, stiamo qui: conosciamo i membri dell’associazione. Prima colazione: Nescafé (va beh…) e pane e cioccolato. Mr Berlusconi? Mr Sarkozy? L’immigration? Quanti e tanti bei discorsi, Salion ne sa davvero un sacco. Ci potrà insegnare un sacco di cose. La religione, la Sénégal pet èetre suve seulement par les arrives privées. L’Etat, il vole tout l’argant qui arrive de l’Europe. Il primo pranzo. C’è l’hanno portato in camera. Riso e carne. E’ buono. Un po’ piccante, ma potrebbe essere peggio. In Senegal si mangia tutti dallo stesso piatto. Qui ci conosciamo tutti, mangiamo tutti insieme. Non è come da voi, in Europa, dove neanche conoscete i vostri vicini di casa. C’est vrai, tu as raison. E questo è il tè senegalese. E’la bevanda nazionale. Beviamo, sa di menta: è bollente ma dà comunque una sensazione di fresco.

E’ quasi sera. Gli altri stanno per arrivare. Marco! Che tipo, è fortissimo. L’altra francese arriva stanotte. Domenica: giornata un po’ inattiva. Si, ma non possiamo/dobbiamo pretendere nulla di più. E’ domenica, è un giorno di festa. Non si lavora.

Domani si parte.

Domani è arrivato, oggi si parte.

Marco è nel baule insieme ai bagagli, ma almeno arriviamo prima. Ndaugame: siamo ospitati dalla famiglia della mamma di Guima, la presidentessa dell’unione locale, la conoscerete stasera. Quanta genete. Bonjour, commet tu t’appelles? Stefania, et toi. Mangiamo nello stesso piatto, e ognuno divide il pesce le verdure che ha davanti fra tutti. C’est bon? Oui, tris bon. Poi gli altri della famiglia mangiano quello che noi non abbiamo mangiato… Non pensavo. Si parte, questa è la piroga, due ore di viaggio.

Speriamo che non piova. Diluvio!

Un bambino svuota la piroga: l’acqua si accumula nel centro della piroga. Che esperienza! Sta uscendo il sole. Facciamo anche in tempo ad asciugarci. I fenicotteri! Ecco, quella è Djuruda.

Quasi arrivati,. Arrivati.

I nostri bagagli vengono caricati su carri trainati da muli. Non ci sono macchine. Ci sono tanti bambini ad accoglierci. Ci scortano fino a casa. Ancora non sapevamo che sarebbero stati i bambini con cui avremmo passato tutto il nostro campo.

Bonsoir, ben arrivé? Le Voyage? Tout c’est ben passé.

Siamo arrivati. Si comincia.




Stefania SENEGAL









Finito il campo rimpiango l’ ing. Che ci teneva compagnia con la sua risata e il suo PC che erano l’unica “ attrazione “ delle nostre serate, JJ che tentava di insegnarmi qualche passo, con scarsissimi risultati, gli amici Temple e Wizzy, rimpiango il camp leader con i suoi discorsi spesso assurdi e sconfusionati ma sempre disponibile al dialogo, la signora che ci cucinava sia a pranzo sia a cena e il suo tentativo di uccidermi con salse piccantissime, rimpiango l’ ultima serata con canti, balli, clima gioviale e di festa, occasione purtroppo troppo rara x non dire unica.

Rimpiango questo villaggio che sebbene sia “ turistico”, non ha nessuna comodità ed è sperduto in una vegetazione fitta e con scenari spettacolari che non so se ritroverò ancora.

Rimpiango queste persone che ci hanno sempre dato una mano sul lavoro, infine rimpiango i bambini, la loro gioia nel farsi fotografare, il loro orgoglio nel mostrarci la loro scuola,la loro attenzione e la loro educazione e rimpiango purtroppo di non aver vissuto a strettissimo contatto con loro.

Purtroppo però del secondo campo rimpiango ben poco.

Gli altri volontari sempre molto carini e gentili e i ragazzini e i bambini che venivano a trovarci perché i volontari spagnoli avevano iniziato una collaborazione con la scuola locale.

Rimpiango infine la serata etnica.




Mirko

GHANA

PALESTINA




Cisgiordania, West Bank, Territori Palestinesi, Territori Occupati…solo il fatto che neanche sul nome esista una verità assoluta lascia intuire come possa essere incerto il destino di questa terra. Terra che dopo 20 giorni intensi e indimenticabili ho imparato a chiamare come tutti i suoi abitanti la chiamano…Palestina.

Dopo diversi viaggi di lavoro in Israele ho infatti maturato la decisione di andare al di là del muro, per vedere se l’immagine piuttosto ingenerosa dipinta spesso dai mass media internazionali, cioè di una terra povera, pericolosa, abitata da un popolo disperato, spesso in preda a fanatismi religiosi, fosse vera. Al termine della mia esperienza all’interno del campo profughi di Askar (Nablus) con altri 30 volontari internazionali, l’immagine che ne viene fuori è, come immaginavo e speravo, ben diversa.

La realtà emersa è quella di un paese sorprendente e accogliente: paesaggi affascinanti, quasi lunari, persone estremamente ospitali e dignitose. La cosa che colpisce immediatamente è il numero impressionante di bambini nelle strade (i minorenni sono più del 60% della popolazione). Tutti apparentemente felici e curiosi, sorpresi nel vedere una persona “diversa” in mezzo a loro e desiderosi di esserti amico ad ogni costo…sono come un fiume in piena che ti travolge piacevolmente e ti fa sentire a casa e non uno straniero in terra straniera. Svanisce immediatamente la percezione di diversità e paura che si avverte prima di entrare; la vivacità e il calore delle persone ti avvolgono, così come i profumi di spezie, felafel e humus, il caldo secco di giorno e la brezza fresca la sera, il richiamo alla preghiera del muezzin o le urla dei bimbi che giocano. La cultura musulmana, per quanto diversa dalla nostra, non è mai stato un ostacolo nei rapporti e ci si rende conto che non è sinonimo di fanatismo, ma di accoglienza e rispetto per il “diverso”.

La sensazione di apparente serenità che si avverte tuttavia stride fortemente con un’altra realtà: la presenza dell’occupazione militare c’è e si sente; acqua, energia elettrica, intere aree urbane e agricole, nonché strade sono sotto il controllo dell’esercito israeliano e spostarsi solo per qualche km può essere un’impresa titanica per un palestinese. A volte pareva di vivere in un set cinematografico: caccia militari a qualche metro sopra la testa, incursioni notturne di jeep in perlustrazione, posti di blocco improvvisati lungo strade di paesini sperduti. La presenza di colonie di ebrei (molte ancora in costruzione ed espansione) a qualche centinaia di metri da paesi arabi vecchi di centinaia d’anni è forse (insieme al muro di separazione) la cosa più assurda che abbia visto: sono una sorta di residence “protetti” da filo spinato e da militari, dotate di parchi, ville, giardini e piscine…quando a qualche metro ci sono abitazioni palestinesi con seri problemi di approvvigionamento d’acqua.

Viene spontaneo chiedersi “ma come? Il governo israeliano giustifica la costruzione del muro di separazione alludendo a questioni di sicurezza nazionale e poi ci costruisce paesi all’interno?”. Sono partito senza preconcetti, ho amici israeliani e amo Tel Aviv quanto Gerusalemme ma non posso fingere: quello che mi è stato chiesto al mio arrivo a Nablus è di non raccontare quello che la gente mi dirà ma semplicemente quello che i miei occhi vedranno. E quello che ho visto in Palestina è una precaria tutela dei diritti umani.

Torno con tanti nuovi amici ed indimenticabili ricordi , ma soprattutto con la speranza e il sogno che qualcosa in quelle terre cambi…di poter tornare un giorno a Tel Aviv senza attraversare decine di scrupolosi controlli all’aeroporto e di poter tornare un giorno a Nablus atterrando in un aeroporto palestinese…ciò significherebbe che qualcosa sarà cambiato.




SAMUELE PALESTINA







ITALIA




Era sabato il campo sarebbe cominciato da lì a poche ore io avevo accompagnato Marek (il coordinatore dei campi dello sci Italia) ad un’altra tendopoli per parlare con una persona per il campo che avrebbe coordinato lui lì da mercoledì.

Lo avevo accompagnato anche perché lì a San Demtrio c’è la casa natale della famiglia della mia migliore amica, Gaia. Tra poche ore sarebbe cominciato il campo ma ci eravamo presi un momento per noi, infatti erano venuti anche Fabio e Rosalba i clown dottori che facevano da assistenti a Serena la responsabile del centro estivo non che vice presidente di vivere per ridere, e che erano all’Aquila in vari momenti dal 6 Aprile.

Mentre Marek faceva il suo colloquio Fabio, Rosalba e io avevamo fatto un giro per il paese, che devastazione. Poi ci eravamo fermati in un bar (forse l’unico aperto) a bere qualcosa e con la scusa di giocare al super enalotto (vuoi che non vincano il super premio qui… con tutto quello che è successo sarebbe il minimo…) ci siamo messi a controllare la mail… anche per controllare che non ci fossero ultime mail di volontari anche perché a coppito non c’era piu tifi (che era stato staccato per il G8 e mai più riconnesso).

Arrivato marek e ci siamo messi a cercare un posto dove mangiare. Rosticini e panini con la salsiccia all’aperto seduti sulle panche circondati da alpini e protezione civile. Io scherzo con Fabio che alla mattina aveva detto “sto mangiando troppa carne qui… ho deciso divento vegetariano!” “si si questa è proprio la dieta del vegetariano… scommetto che adesso mi dirai comincio da domani…”

Poi ci siamo alzati ed io ho deciso di andare a vedere com’è era messa la casa di Gaia, più o meno mi aveva spiegato come arrivarci quando le avevo detto che sarei venuto all’Aquila. Il mio senso dell’orientamento per una volta ha fatto cilecca e cosi chiamo Gaia, che mi informa che ci sono i suoi genitori a casa sua. Che fortuna non lo sapevo.

Alla fine trovo la casa e busso. Mi apre Gabriella la mamma di Gaia. Che anche se presa dal pranzo ci accoglie a braccia aperte. Ci accomodiamo in un salottino che è diventato ingresso visto che quello vero è inagibile, ma per il momento è anche la loro camera da letto. Si perché pare sia la stanza più sicura. Gabriella più che infastidita sembra felicissima di vederci. Ci prende qualcosa da bere e intanto torna in cucina, anche perché il marito sta finendo di mangiare. Noi aspettiamo tranquillamente li, anche perché Rosalba è già contentissima di essere in una casa, è mesi che sta a coppito e anche se volontaria si vede che sta pensando finalemte dentro quattro mura…

E’ strano perché benché sia la madre della mia migliore amica ed io sia stato ospite a casa loro a Roma diverse volte abbiamo sempre avuto così poco tempo per conoscerci, giusto quattro chiacchiere al volo a colazione, pranzo o cena. Questa è la prima volta poi che l’ha incontro senza Gaia.

Poco dopo Gabriella torna e ci dice se vogliamo vedere il resto della casa. Noi ovviamente accettiamo. Intanto ci dice come quella è la casa di famiglia e ci sono cresciute, passate e morte 8 generazioni. Nel 2004 per metterla in sicurezza ci aveva messo i soldi della sua liquidazione, meno male se no sarebbe crollata. Ma anche cosi ci vogliono tanti soldi per metterla in sicurezza è B (che per i non aquilani vuol dire agibile ma con lavori di ristrutturazione) ma soprattutto è seconda casa. In realtà lei ha sempre considerato quella di Roma la sua seconda casa, ma per il catasto non è cosi… e lei non ha i soldi per rimetterla a posto se lo stato non l’aiuterà.

E’ una casa su tre piani, bellissima con tante stanze e degli affreschi in molte stanze. Un suo parente, uno zio se non ricordo male, che era prete l’aveva usata per accogliere persone che avevano bisogno tanti anni fa. C’è persino una stanza che è diventata una piccola chiesa. Dentro l’armadio c’è persino un altare ed una madonna. Gabriella ci dice come tutti gli armadi di casa si son aperti o caduti meno quello e come la madonna che ci sta dentro è rimasta miracolosamente intatta… Poi giriamo ancora e per ogni stanza una storia, non mi ricordo tutte le storie che ci ha detto ma me ne ricordo una in particolare che mi ha accompagnato per tutto il campo.

Salimmo sul tetto o meglio una specie di patio coperto sul tetto, che domina la valle, una vista da levare il fiato. Lì Gabriella ci ha raccontato come durante la Seconda Guerra Mondiale la linea del fronte per un certo periodo era passata di lì. La sua casa era molto ambita sia dai soldati per essere saccheggiata sia dai comandi militari che di solito sceglievano case come la sua per stabilircisi. Beh lei ci ha raccontato come da bambina imparò a suonare. Quando arrivavano i soldati infatti lei correva al piano e cominciava a suonare per accoglierli. Col tempo era diventata bravissima a riconoscere di che nazione erano e sapeva suonare la marsigliese, l’inno americano, ma anche bandiera rossa e musica mongola, come canzoni tedesche etc. Insomma a seconda della divisa lei suonava. Al che io le ho chiesto (visto che la Gabriella non è vecchia) “ma Gabriella quanti anni avevi?”

E lei con tutta naturalezza mi rispose “TRE infatti suonavo il piano stando in piedi”

Allora io mi sono immaginato quella bambina col vestito rosso davanti a questo pianoforte verde che accoglieva i soldati (l’immagine mi è apparsa mentre sognavo con le parole di Gabriella).

Beh Gabriella ci raccontò come tutte le volte che lei suonava Marlein Ditrich o la canzone della nazione dei soldati loro appena entrati la vedevano e tutte le volte cominciavano a commuoversi tirando fuori chi le foto dei cari, chi i fazzoletti per piangere, e si mettevano a cantare tutti insieme. Dimenticandosi per un po’ della guerra e al sicuro di quelle quattro mura andavano con la mente a casa loro, pensavano alle loro famiglie ai loro affetti chiedendosi se sarebbero tornati a casa loro. Dimenticandosi per un attimo di essere soldati e ricordandosi di essere uomini. Poi andavano via. Mai nessuno mise il commando lì confiscando casa, mai nessuno porto via nulla nemmeno un portacenere.

Successe 27 volte. 27 volte i soldati vennero e 27 volte andarono via.

Beh in quei momenti l’uomo si ricorda di essere uomo, un po’ come successe il 6 aprile alle 3.32 in quei momenti dopo la scossa si era tutti uguali, una livella umana ma da vivi. Purtroppo però non è durata a lungo e gli approfittatori hanno ricominciato presto a cercare di accaparrasi vantaggi e favori. Io so solo che tutte le volte che sento parlare di seconda casa vedo quella bambina lì che suona il piano… e forse anche con questa storia in mente a coppito sono riuscito a collaborare con associazioni e movimenti con i quali magari non avrei nemmeno scambiato 4 chiacchiere. Dagli scout ad azione cattolica, dalla CGIL alla Pro LOCO, perfino con la polizia. Alla fine del campo eravamo tutti in lacrime tutti da posti diversi e con idee apparentemente diverse, ma una volta abbassate le nostre bandiere fu facilissimo andare d’accordo. Ecco cercherò di ricordarmelo per andare d’accordo basta una canzone… Ora però non ho voglia di ritirar su la mia bandiera e ricominciare a combattere … io voglio continuare a suonare… se solo sapessi suonare il piano.




MATTEO Murata gigotti, coppito (AQUILA) ITALIA




TOGO




E’ ora di tornare a casa--- dalla mia famiglia e alla vita di tutti i giorni… non ne ho voglia non me la sento più come la mia vita, anche sé è solo un mese che sono qui, mi sento come se ci stessi da sempre, tutti i bimbi, i miei bimbi sono diventati la mia casa la mia famiglia e la vita di tutti i giorni. Ogni giornata qui è iniziata con il sorriso, e quando non mi sono sentito bene era un sorriso a guarirmi. Kofi oggi non è venuto alla scuola, non posso non salutarlo non posso non guardare quegli occhi per un ultima volta prima di andare via. Mi sento strano, come il giorno che sono partito dall’Italia per venire qui, ho paura per quello che mi aspetta, ho paura perché mi sembra di non conoscere più nulla… sto partendo per un posto che non conosco…

Dopo due settimane che ero qui ho avuto un momento di crisi, mi sono allontanato per pensare un po’ non mi sentivo bene mentalmente e fisicamente… avevo un infezione al piede e la febbre, tante cose che avevo visto mi stavano facendo riflettere su di me sulla mia vita e sul perché ero lì.

Immerso in mille pensieri, con anche qualche lacrima, mi è venuta nostalgia di casa, ed in quel preciso momento da dietro una fogna sbuca uno dei miei bambini che con due occhi enormi piano piano si avvicina e mi prende per mano, e mi chiama “agbozò”.Lì mi è passato tutto mi è tornato il sorriso che ho avuto dal primo giorno e che ho mantenuto fino alla fine…

Lorenzo Togo

(NB per prendere parte hai campi nel sud del mondo attenzione bisogna prendere parte a due weekend di orientamento e i campi vanno da due a tre settimane)

Blog di Testino

testino

campi di lavoro di 2-3 settimane per smettere i panni del turista... (ed anche in italia e nel resto del mondo)

ecco le schegge di campo racconti di campi recenti di volontari appena tornati
per saperne di piu guardate il ns sito www.sci-italia.it o mandatemi mail a psiu1973@hotmail.com
facciamo campi di lavoro anche in italia e nel modno... non c'entriamo nulla con lo stato italiano e il servizio civile all'estero...siamo onlus riconosciuta ong da eu e unesco

saluto di pace e buona lettura
matteo testino


INDIA

il contatto con la parte più profonda di sé stesso a… Continua

Post aggiunto il 4 Novembre 2009 alle 22:53 — 2 Commenti

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